La Repubblica italiana a Palermo è morta. E’ morta in un giorno appiccicoso nello spettrale androne di marmo del Palazzo di Giustizia seppellita dagli sputi, dagli insulti, dalla pioggia di monetine, dal grido “Assassini”, dal coro “Mafiosi” che, come un selvaggio scirocco, ha investito tutti coloro che – piccoli o grandi, colpevoli, complici o innocenti (ma esistono innocenti?) – si sono avventurati in nome del Popolo italiano nella camera ardente di Palermo. La Repubblica italiana è morta accompagnata dalle urla dei poliziotti, dal disgusto dei magistrati. E’ morta dinanzi a cinque bare con bandiera tricolore sistemate su trespoli al termine di una guida rossa lisa, sfilacciata qui, sforacchiata là.
C’è il cappello blu della polizia sui feretri di Rocco Di Cillo, Antonio Molinari, Vito Schisano, il berretto e la toga rossa e nera dei giudici di Stato sulle bare di Francesca Morvillo e Giovanni Falcone. La Repubblica italiana a Palermo non è morta di rabbia, non è morta di furore, non è morta di vergogna. E’ morta nell’indifferenza (“Chi muore giace, chi vive si dà pace”) di una città assente fuori dalla camera ardente. E’ morta del disprezzo – un disprezzo cupo, solido, senza speranza – che ha accolto i poveri cristi e le facce di pietra venute a Palermo in nome della Repubblica italiana.
Era un povero cristo Giovanni Spadolini, presidente della Repubblica supplente, quando alle 13,25 ha fatto il suo ingresso nel Palazzo. Nella camera ardente quanta gente c’era? Cinquecento, seicento, forse mille persone. Erano molti i poliziotti, molte le madri, le mogli, le giovani donne dei poliziotti, c’erano i magistrati, c’era la solita piccolissima Palermo degli onesti. Quella piccolissima Palermo che ha cominciato nel 1979 ad andare ai funerali. E Giuliano e Costa e Terranova e Mattarella e Basile e Chinnici e La Torre e dalla Chiesa e d’Aleo. Dodici anni dopo è sempre la stessa piccolissima Palermo dalla faccia pulita. Sempre la stessa. Con qualche capello bianco in più, con accanto un figlio diventato adulto o un figlio diventato padre, a sua volta. Con lo stesso dolore nel petto, ma gli occhi definitivamente asciutti.
Non più disperata (anche la disperazione è un lusso a Palermo). Questa risicata fetta di città è semplicemente disgustata. Ed è un grido di disgusto che accoglie Giovanni Spadolini che apre il corteo delle autorità. C’è il ministro della Giustizia, Claudio Martelli; il ministro degli Interni, Vincenzo Scotti. Hanno il volto impietrito e cereo. Sono loro che hanno creduto in Giovanni Falcone, nella sua intelligenza, nella sua capacità di dare corpo ad una nuova strategia giudiziaria e investigativa. Eppure toccano a loro le monetine, le urla, gli spintoni. Alle loro spalle, serrano le file il segretario generale del Quirinale Sergio Berlinguer, i sottosegretari agli Interni e alla Giustizia, il capo della Polizia, i comandanti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il capo dei servizi segreti e il vicesegretario della Dc, Sergio Mattarella, il vicesegretario del Csm Giovanni Galloni, una Vincenza Bono Parrino presente chi lo sa perché (subito si cruccia: “Qua è il finimondo, lo sapevo che non dovevo venire”).















