Giuseppe Fava: “A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”

gennaio 26, 2009 · Posted in Articoli 

giuseppefava Giuseppe Fava era un grande artista, uno di quelli che sa comunicare con l’arte della parola e della scrittura ma non solo. E’ stato anche drammaturgo, sceneggiatore, saggista.
Pippo Fava, così lo chiamavano coloro che lo conoscevano bene, nacque a Palazzolo Acreide nel 1925 e durante la sua vita collaborò con diverse testate giornalistiche, regionali e nazionali.
Venne ucciso dalla mafia, nel 1984. Il secondo intellettuale ucciso dalle cosche mafiose, prima di lui soltanto Peppino Impastato. Perchè la mafia si interessò del lavoro di Giuseppe Fava? Perchè la mafia si interessava e si interessa tuttora delle parole degli intellettuali?

Non dovette essere facile dirigere il “Giornale del Sud” negli anni della mafia catanese, un giornale che doveva “realizzare la giustizia e difendere la libertà” nel territorio dei Santapaola e dei loro traffici di droga, di appalti truccati e di malaffare in combutta con la classe dirigente dell’epoca. Scrivere quella che accadeva, un bisogno irrinunciabile per il giornalista. Scampò ad un primo attentato, venne licenziato, diverse le censure.
Non si arrese. Fondò, insieme a coloro che con lui ne condividevano ideali e valori, un nuovo giornale, “I Siciliani” che affrontava inchieste sugli affari della mafia. Contestualmente, i libri: “Prima che vi uccidano” del 1977, “Passione di Michele” dal quale Werner Schroeter trasse un film premiato e di successo “Palermo oder Wolfsburg”, un amore assoluto per il proprio lavoro, giornalistico e letterario. Parole scomode, tante, troppe.
Scriveva Fava: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”
O ancora: “A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare”.
Oppure: “Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa… “
Il 5 gennaio del 1984 venne freddato con cinque proiettili. Delitto passionale, delitto a sfondo economico. Queste le prime ricostruzioni. Il suo funerale si svolge in una piccola chiesa, poche le istituzioni presenti, solo giovani ed operai. La fretta di archiviare il caso da parte di tutti non ha evitato il fatto che, a distanza di anni, i veri responsabili venissero assicurati alla giustizia e condannati. Luciano Grasso e Maurizio Avola i pentiti, Nitto Santapaola e Aldo Ercolano i mandanti. L’ultimo dei processi e controprocessi si è avuto nel 2003: forse manca ancora qualcuno da assicurare alla giustizia, altri mandanti ed ideatori dell’omicidio, altri esecutori materiali.
Sono passati venticinque anni dalla morte di un uomo paragonato ai grandi della letteratura siciliana. La Fondazione Fava prosegue il lavoro d’informazione cominciata dall’artista palazzolese.
Ci chiediamo ancora oggi se la mafia è stata sconfitta o se ancora pulsa muovendosi in altra maniera e con diversi tentacoli. Una cosa è certa: spiriti liberi come Giuseppe Fava hanno contribuito in modo determinante allo sviluppo ed alla crescita di un sentimento civile di giustizia e di legalità, il suo, il loro messaggio risuona ancora oggi, più alto e più attuale che mai.
Un ideale di onestà e di lotta al quale siamo tenuti a tendere affinchè il sacrificio di uomini come Giuseppe Fava non sia ritenuto vano nè da tutti noi nè dalle generazioni prossime a venire.

L’ultima intervista di Giuseppe Fava rilasciata ad Enzo Biagi, da “Film Dossier” – 28 dicembre 1983.
“La mafia non è quella che uccide, sta in alto…”
Buon Ascolto

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