Anche da Sciacca aiuti per Haiti
TERREMOTO DI HAITI IL COMUNE DI SCIACCA PRONTO A FARE LA SUA PARTE PER AIUTARE I BAMBINI ORFANI
“Il Comune di Sciacca è pronto a fare quanto è nelle proprie possibilità, con la collaborazione delle associazioni di volontariato e delle famiglie saccensi, per aiutare la popolazione di Haiti e, in particolare, i tanti bambini che il devastante terremoto ha reso orfani”. È quanto dichiarano il sindaco Vito Bono e l’assessore alle Politiche Sociali Gianfranco Vecchio nel fare propria la proposta del presidente del Consiglio comunale Filippo Bellanca. Il sindaco Vito Bono e l’assessore Gianfranco Vecchio rendono noto di avere chiesto all’Ufficio Affari Sociali di attivare ogni azione utile e praticabile, in accordo con gli enti nazionali ed internazionali che si stano occupando degli aiuti umanitari, al fine di agevolare e velocizzare soprattutto le pratiche di adozioni internazionali o di affidi temporanei, a famiglie o a strutture di accoglienza, di minori haitiani risultanti in stato di abbandono e bisognosi di cure mediche, affetto e sostegno psicologico.
Acqua, i consumi di cui non ci accorgiamo – Abruzzo, cronaca di una morte annunciata
I consumi di cui non ci accorgiamo. Quanta acqua serve per produrre beni ed oggetti d’uso comune
Torno sul waterfootprint, il consumo di acqua necessari per produrre i beni e gli oggetti più comuni. Consumi enormi, lo ricorderete: 15.000 litri d’acqua per un chilo di carne bovina, 300 litri per un bicchiere di birra e via dicendo. Ho trovato informazioni del genere relative ad altri oggetti, dall’automobile all’acciaio, dal cemento ai jeans. Ed è bene ricordare che siamo sull’orlo di una “crisi dell’acqua”: i consumi crescono, miliardi di persone non hanno acqua a sufficienza ma il genere umano già sfrutta metà dell’acqua dolce disponibile. Volete sapere quanta acqua ci vuole per fabbricare un’auto? Venite. Ebbene, per costruire un’automobile servono circa 150.000 litri d’acqua. Non è chiaro se questa quantità comprende anche gli pneumatici, per ciascuno dei quali ne servono circa 500 litri. Un paio di jeans: solo per crescere il cotone, 6.800 litri d’acqua. Per crescere il cotone necessario a fabbricare una maglietta, 1.500 litri circa. Solo per il cotone: il procedimento di tintura e tutto il resto, qui, non è stato calcolato. Per un asse di legno da costruzione, servono quasi 19 litri. Un litro di pittura, 13 litri d’acqua. Per fabbricare una bottiglietta di plastica in cui si compra l’acqua ne sono stati consumati altri quattro litri, o poco meno.Servono 235.000 litri d’acqua per produrre una tonnellata di acciaio; 5.100 litri per una tonnellata di cemento. Sono solo degli esempi.L’acqua secondo me è un problema troppo trascurato. Siamo già al “picco dell’acqua” e l’estrazione d’acqua d’ora in poi non potrà che diminuire: certo possiamo risparmiare acqua nella vita quotidiana. Ma mi piacerebbe che anche le decisioni sull’assetto della vita collettiva fossero impostate su un uso più saggio dell’acqua.
Da Treehugger i consumi di cui non ci accorgiamo. Quanta acqua serve per produrre beni ed oggetti di uso comune
Abruzzo : cronaca di una morte annunciata
Luglio 19, 2009
Se prendete la strada da Roma verso nord o sud e vi fate 150 chilometri, lo stacco ambientale , il cambio di epoca non lo trovate. Se invece ve li fate verso est passate il Gran Sasso vi capita di entrare in epoche lontane come succede in pochi posti in Italia. Incontrate paesini “dipinti” sui monti, transumanze e pastori a frotte , cafoni di Silone che ancora si inchinano ai preti ed ai maggiorenti del paese, operai che ancora parlano di scuola serale e sindacato con lo sfilatino con la frittata di peperoni e la bottiglia di vino rosso seduti per terra in fila per uno, giovani con sul viso disegnato un bel paio di cerchi rossi sulle guancie e non sono pagliacci, ma salute vento e formaggio buono, anzi formaggio vero. Vecchi vestiti con mantelli neri e seduti sui sagrati delle chiese a parlare ancora di raccolti e si tolgono il cappellone nero quando passi perché sei teoricamente appartente ai maggiorenti, quel modo antico di sentire le differenze di classe ed i mestieri. Sono stato sabato in Abruzzo nei 50 chilometri intorno a L’Aquila ed ho parlato con la gente vera , quella in carne ed ossa, non con i figuranti e le comparse che sbraitano per una foto col silvio.
Terremoto, Stranaffari abruzzesi

Sono le sette di mattina del 19 giugno, quando una Punto bianca si ferma sul ciglio della statale 17 che attraversa L’Aquila. Al volante c’è un uomo in giacca e cravatta che spegne il motore, abbassa i finestrini e sfoglia il giornale appena acquistato. Vita quotidiana, niente di strano. Eppure all’improvviso il clima cambia, diventa teso. Dalla corsia opposta, spunta una berlina metallizzata che fa inversione inchiodando davanti alla Punto. Scende un giovane alto, palestrato, in jeans slavati e maglietta attillata. Si affianca al conducente e chiede i documenti senza qualificarsi. “Ma cosa sta succedendo? E lei chi è?”, replica allarmato il conducente. “Attenda”, risponde lo sconosciuto. Annota la targa della Punto, si attacca al cellulare, e infine torna con un sorriso finto: “A posto, può andare…”.
L’assedio, lo chiamano gli aquilani. La soffocante militarizzazione che sta stressando il territorio in vista del G8. Migliaia di soldati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti e paracadutisti calati in città nelle ultime settimane. Forze operative giorno e notte. Per le strade, sulle colline. Ovunque. Tutti ossessionati dalla sicurezza dei 23 capi di Stato e di governo che, dall’8 al 10 luglio, si confronteranno con le loro delegazioni nella caserma della Guardia di finanza ?Vincenzo Giudice?. “Prevenzione indispensabile”, è definita dalla Protezione civile. Ma anche una presenza che esaspera gli sfollati del post terremoto, inchiodati a tutt’altre priorità. A quasi tre mesi dall’apocalisse del 6 aprile, la terra continua a tremare. Tre punto due, tre punto tre, fino a quattro punto cinque come lunedì 22 giugno. Numeri che sulla carta dicono poco, ma da queste parti sono muri che vibrano, angoscia che non passa, riflesso a correre in strada. “Abbiamo sempre in testa l’odore delle macerie, le urla dei feriti e lo strazio dei 300 cadaveri”, dice Rinaldo Tordera, direttore generale della Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila. Lui per primo, racconta, si è faticosamente imposto di non mollare, di “annodare la cravatta e tirare avanti”. Ma la volontà non basta.
Gli ostacoli sono tanti, in questo Abruzzo triste: a partire dal crollo economico. “Per la prima volta in vent’anni”, informa l’Istat, “la regione segna un tasso di disoccupazione (9,7 per cento) superiore a quello italiano (7,9)”. Dal 2008 al 2009 sono scomparsi 26 mila posti di lavoro. E a leggere questi dati, gli artigiani, gli operai, ma anche i manager e i professionisti ospitati dalle tendopoli tremano, sovrastati dal -14 della produzione industriale.
“Superata la prima emergenza, dovrebbe essere questa la principale preoccupazione “, dice il presidente della Provincia Stefania Pezzopane (Pd). “Dovremmo concentrarci sulle necessità pratiche e psicologiche delle 25 mila persone ancora accampate, senza dimenticare le 35 mila esiliate sulla costa adriatica”. Invece non è così. Capita qualcosa di grottesco, e crudele, davanti agli occhi dei terremotati: “La città si sta spaccando in due”, spiega Marco Morante del Collettivo 99 (composto da una cinquantina di giovani ingegneri, architetti e geologi aquilani). “In primo piano, sotto i riflettori, c’è l’efficentismo sfrenato per adeguare la città al G8. E intanto in penombra, trascurata della politica, cresce la frustrazione della gente comune, vittima di una quotidianità invivibile e di una ricostruzione avventata”.
Parole che trovano continui riscontri, girando per l’Aquila. Basta raggiungere la caserma della Guardia di finanza, in zona Coppito, e chiedere alle imprese associate I platani e Todima come hanno realizzato la strada che collegherà la sede del G8 all’aeroporto di Preturo. “In soli 24 giorni abbiamo allargato e sistemato un percorso di due chilometri e 800 metri”, dicono i titolari. Il tutto con un impiego massiccio di mezzi: “60 tra ruspe e scavatori”, attivi sette giorni su sette, grazie ai quali “abbiamo costruito anche tre rotatorie e un piccolo ponte sul fiume Aterno”. Il massimo, con i 3 milioni 200 mila euro stanziati dal Provveditorato alle opere pubbliche. E altrettanto apprezzabile è il rifacimento dell’aeroporto, fino a ieri snobbato per mancanza di strumentazioni, e oggi “dotato di ottimi sistemi radar e illuminazione della pista”, assicura un tecnico dell’aeronautica.
di Riccardo Bocca
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Prevenzione è Sicurezza
Dopo il terremoto in Abruzzo e i duecento morti causati dai crolli di case e palazzine, dopo lo sdegno unanime, dopo i primi controlli e le prime indagine, dovunque in Italia si cerca di correre ai ripari e fare revisionare edifici pubblici e non, verificare modalità e regolarità di costruzione, accertarsi quanto le nostre case sono sicure e quante di esse sarebbero davvero in grado di reggere all’urto della natura e del terremoto.
L’Italia periodicamente viene investita da questi fenomeni scatenati dalla forza della natura e anche a distanza di quarant’anni in tante persone è ancora vivo il ricordo del dramma del Belice il quale, seppur in modo più superficiale, aveva colpito anche la nostra città di Sciacca.
Dopo quanto accaduto ai nostri fratelli abruzzesi, anche in Sicilia, anche a Sciacca dubbi e perplessità hanno cominciato ad incombere, a prendere il posto dell’incauto ottimismo, come accade ogniqualvolta un evento assuma un elevato impatto mediatico. Così ci chiediamo: e noi saremmo pronti? Dopo i terremoti del 1908 a Messina e Reggio Calabria, dopo i danni del terremoto del Belice del 1968 quanto la nostra area geografica, da sempre una delle aree a maggior rischio sismico, sarebbe in grado di ottemperare ad una calamità del genere? Quante sono sicure le nostre abitazioni? Quanti sono sicuri i nostri edifici pubblici? Le scuole, gli ospedali, i tribunali, gli uffici comunali, insomma tutto quello che regge in piedi una società civile? Quali sono gli eventuali piani di emergenza predisposti dai comuni della Sicilia e dal nostro? O il tutto è lasciato al caso, alla speranza che mai una cosa del genere possa toccare a noi?
Le prime indagini portate avanti all’Aquila e a Onna, i paesi più colpiti dal terremoto abruzzese, hanno lasciato pochi dubbi: i tanti morti, le famiglie distrutte, i lutti non sono stati causati dal terremoto ma dall’uomo. Abitazioni costruite senza o con poche staffe di ferro, senza alcuna protezione antisismica, edifici anche nuovi costruiti con sabbia di mare, intere palazzine di cui in nessun ufficio si riesce a trovare la ditta e gli operai che hanno messo su il plesso…misteri dell’abusivismo edilizio e del lavoro in nero che genera inoltre l’aumento delle morti bianche.
Il dramma della casa degli studenti, eretto a simbolo del dolore ma anche del malaffare, simbolo di giovani che non potevano permettersi abitazioni e stanze migliori o semplicemente più sicure e adatte ai normali standard di vita.
Dalle nostre parti è stato tutto costruito a regola d’arte? A quando un maxi controllo a tappeto di tutte le principali scuole ed edifici pubblici presenti nel nostro territorio? Occorre per forza sperare nella nostra buona stella che ci protegga e ci salvi da tutto e da tutti?
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